Architettura religiosa
Il gusto gotico veneziano fuori dalla laguna
Archi a sesto acuto, rosoni e capitelli romanici convivono in una chiesa del Novecento: come leggere il gotico veneziano di Trebaseleghe senza attribuirgli un’età che non ha.
Il gusto gotico veneziano arriva a Trebaseleghe nel Novecento, non nel Medioevo: la pagina «Storia» dell’ex sito parrocchiale data l’inizio dei lavori al 1913, su disegno dell’architetto Domenico Ruolo (1861-1945), e la pagina «La Chiesa» pone la prima pietra il 27 dicembre 1914. Il dato cambia il modo di guardare: non si cercano qui le tracce di un medioevo locale, ma le scelte consapevoli di un progetto contemporaneo che guarda alla laguna. Archi a sesto acuto, rosoni e vetri colorati descrivono quindi un edificio di cento anni fa, e si leggono con più precisione quando si distingue ciò che cita da ciò che sopravvive davvero.
Una linea che la fonte chiama «gotico-romanica»
La pagina «Storia», nella versione archiviata il 31 luglio 2007, definisce l’edificio odierno «di linea gotico-romanica»; la voce di Wikipedia dedicata al comune scrive «stile neogotico». Le due formule non si escludono, e i dettagli interni spiegano perché: agli archi acuti della navata corrispondono basamenti quadrati e capitelli romanico-bizantini, mentre nella cripta gli archi sono ribassati, cioè più larghi che alti. Lo stesso edificio tiene insieme due lessici, e nessuna delle due fonti spiega la scelta né nomina i modelli lagunari da cui il disegno avrebbe preso le mosse: quel confronto resta da costruire, e qui non si finge di chiuderlo. Il campanile, iniziato nel 1588 e alto 50 metri secondo la stessa pagina, viene riassunto dall’enciclopedia come Cinquecento: qui le due fonti coincidono.
Che cosa rende «gotico» un arco?
Il sesto acuto è l’arco le cui due curve si incontrano in punta, invece di chiudersi in un semicerchio: il profilo spinge l’occhio verso l’alto e riporta le spinte verso il piede dei sostegni. A Trebaseleghe questo profilo compare nella navata e nel pronao d’ingresso, e la fonte aggiunge un dettaglio che si verifica guardando: la chiave di volta, cioè la pietra che chiude l’arco al vertice, è aggettante, sporge oltre la curva invece di restarvi incassata. Nella cripta, che occupa tutta l’area sottostante il presbiterio, due file di esili colonne di pietra bianca d’Istria reggono soffitti ad archi ribassati; due rampe marmoree vi conducono, e il confronto fra i due lessici si fa senza uscire dall’edificio.
Rosoni a rulli colorati, monofore e luce filtrata
La monofora è la finestra unica e stretta che si chiude in arco; il rosone è la grande finestra circolare, di norma suddivisa in raggi. La pagina «La Chiesa», nella versione archiviata il 14 maggio 2008, descrive qui finestre monofore con vetro «cattedrale giallo» e rosoni a rulli colorati. Di quel vetro e di quei rulli il testo non spiega la tecnica, e la definizione resta dovuta. La pagina indica dove si trovano i rosoni, quello della facciata e quelli del transetto e dell’altar maggiore, ma non precisa né il loro numero esatto né il loro diametro: dirlo è più utile che stimarlo. Sullo stesso registro decorativo lavorano gli affreschi di cornici e festoni che corrono sulle pareti della navata centrale, riferiti dalla medesima fonte.
Quanto Trecento resta in un edificio del Novecento?
Una sola stanza, secondo le fonti: il battistero, cappella posta alla sinistra dell’altare, unica parte della chiesa risalente al Trecento. Era il presbiterio della struttura trecentesca, conservato dalla chiesa più spaziosa innalzata dal 1467 al 1474, che il doge Giovanni Mocenigo definì «chiesa celebrissima e devotissima» in una lettera del 2 gennaio 1484 al podestà di Noale. La vasca è di marmo; la cupola in rame lavorato a sbalzo è del 1965 e porta otto pannelli, quattro dedicati ai simboli del battesimo e quattro alla storia della parrocchia: la data evita di attribuire al Trecento anche ciò che vi è entrato nel Novecento. Ogni altro tratto medievale dell’edificio è quindi una citazione, e le fonti non documentano alcun elemento gotico superstite oltre a quella stanza.
Le due date d’inizio, messe una accanto all’altra
Le divergenze fra le due pagine archiviate riguardano proprio l’avvio del cantiere, un cantiere lungo diciassette anni che la pagina del 2008 racconta meglio di ogni altra fonte qui raccolta. La tabella mostra che cosa ciascuna copre e su che cosa tace.
| Evento | «Storia», versione del 31 luglio 2007 | «La Chiesa», versione del 14 maggio 2008 |
|---|---|---|
| Inizio dei lavori | 1913 | prima pietra il 27 dicembre 1914 |
| Progettista | Domenico Ruolo (1861-1945) | non indicato |
| Interruzione | non trattata | 1915-1918, muri perimetrali a tre metri dal suolo |
| Ripresa dei lavori | non trattata | 1922 |
| Completamento murario | non trattato | 1931, diciassette anni esatti dalla prima pietra |
| Campanile | inizio 1588, altezza 50 metri | non trattato |
Alla grafia «Ruolo» della pagina del 2007 corrisponde la «Rupolo» della voce di Wikipedia: anche il cognome dell’architetto, dunque, non concorda, e il materiale raccolto in queste pagine non permette di preferire l’una all’altra. Il metodo seguito nella sezione quando le fonti non concordano vale anche per il costruito: si riportano entrambe le versioni con le loro date, e non se ne elegge una al silenzio dell’altra.
Quattordici colonne, capriate e una miscela di lessici
L’impianto è basilicale, a croce latina, con tre ampie navate divise da quattordici colonne di marmo rosso di Verona, tutte monolitiche. La copertura è di legno: capriate visibili, in parte a carena di nave nel raccordo fra soffitto e pareti, in parte a cassettoni. Le fonti non spiegano se la scelta del legno, anziché della volta, derivi da costi, da gusto o dalla volontà di chiudere rapidamente un cantiere interrotto dalla guerra. Resta che basamenti quadrati, fusti monolitici e capitelli romanico-bizantini sotto archi acuti compongono la miscela che la fonte stessa chiama gotico-romanica, e che si legge da terra senza alcuno strumento.
Resta un confronto che non richiede strumenti né viaggi: leggere la pietra incisa «Trium Basilicarum minima» sul muro della cappella contigua alla cripta, poi aprire il testo del regio decreto del 27 maggio 1920 e contare, nella parte inferiore dello scudo civico, i portici d’argento. Sono tre, a tre vani ciascuno, e spiegano il toponimo come la pietra della cripta: tre basiliche in latino, tre portici in araldica, la stessa domanda lasciata aperta sull’origine del nome, che le fonti non chiudono.