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Chiesa arcipretale

Quattordici colonne di marmo rosso: leggere l’interno

Quattordici colonne di marmo rosso di Verona, capriate a vista, capitelli romanico-bizantini: l’interno della chiesa arcipretale si legge per materiali, e ogni materiale porta con sé una data.

Immagine illustrativa: navata laterale con colonne monolitiche in marmo rosso venato, base quadrata e capitello scolpito, pavimento a intarsio marmoreo
Immagine illustrativa. Nessuna fotografia di questo sito documenta un edificio, un’opera o una persona reali.

Quattordici colonne monolitiche di marmo rosso di Verona reggono gli archi a sesto acuto della chiesa arcipretale di Trebaseleghe, e la loro conta è il punto di partenza: la parte muraria risultava compiuta nel 1931, diciassette anni esatti dopo la prima pietra, posata il 27 dicembre 1914. L’interno si legge per materiali e per date, e qui i due ordini procedono insieme.

Tre navate, un tetto di legno a vista

L’impianto è basilicale a croce latina, con tre ampie navate. La copertura è a capriate lignee; nel raccordo tra soffitto e pareti la superficie curva ricorda la carena di una nave, altrove il legno è lavorato a cassettoni. Gli archi portano chiavi di volta aggettanti; i basamenti delle colonne sono quadrati, i capitelli romanico-bizantini: un vocabolario che mescola citazioni antiche e gusto gotico di matrice veneziana. Le fasi di quel cantiere, con l’interruzione della prima guerra mondiale che lasciò i muri perimetrali a tre metri dal suolo, sono ricostruite nella pagina dedicata al cantiere lungo diciassette anni.

Che cosa guardare in alto, tra monofore e festoni?

Le finestre sono monofore, chiuse da un vetro che la fonte chiama «cattedrale giallo»; i rosoni sono composti da rulli colorati. Sulle pareti della navata centrale corrono affreschi di cornici e festoni, una decorazione che finge architettura e accompagna lo sguardo verso l’altare. Il pronao d’ingresso riprende il sesto acuto delle navate. Sono i dettagli che uno sguardo rapido scarta. Le fonti qui consultate non datano questi elementi e non dicono se appartengano al cantiere dei muri o a un intervento successivo. Nessuna delle fonti qui consultate nomina un autore per gli affreschi o un fornitore per il vetro; su quel punto tacciono, e la mancanza va registrata così com’è.

La mappa dei materiali, riga per riga

Prima delle opere conviene fissare la geografia: ogni materiale occupa una zona precisa dell’interno, e disposti in colonna si confrontano meglio di quanto facciano in prosa. Le indicazioni vengono tutte dalla pagina parrocchiale archiviata il 14 maggio 2008.

MaterialeDove si trovaChe cosa precisa la fonte
Marmo rosso di Veronaquattordici colonne monolitiche delle navatebasamenti quadrati, capitelli romanico-bizantini
Legnocapriate, cassettoni, raccordo soffitto-paretiin parte a carena di nave
Pietra bianca d’Istriacripta, due file di colonneesili, sotto archi ribassati
Rame lavorato a sbalzocupola del battisteroeseguita nel 1965, otto pannelli
Ferro battutobalaustra presso la gradinataeseguita da Salvino Marsura
Marmovasca battisterale, rampe della criptadue rampe conducono alla cripta
Vetro e rulli coloratimonofore e rosonivetro «cattedrale giallo», nessun fornitore indicato

L’altare, il pellicano e la pala che copre l’organo

L’altare maggiore ha doppia mensa: quella anteriore è sorretta da quattro colonnine scanalate, abbinate lateralmente, e da quattro paraste. Sul paliotto un bassorilievo mostra il pellicano che nutre i piccoli con il proprio sangue, indicato dalla fonte come simbolo eucaristico. Alla base della gradinata è posto lo stemma del comune; la balaustra in ferro battuto fu eseguita da Salvino Marsura. Il presbiterio, infine, non sta più dove stava: i lavori del 1966 lo avvicinarono al popolo secondo le norme liturgiche allora nuove.

La pala attribuita ad Andrea da Murano, una «Pala di San Francesco» a tempera eseguita probabilmente a cavallo tra il XV e il XVI secolo, si compone di tre parti e occupa una tavola centinata di 2,27 metri quadrati. Attribuita, non firmata: la fonte le riconosce questo statuto e non di più. Ha anche un effetto spaziale, perché nasconde in parte il grande organo Tamburini; sulle sue cifre le fonti archiviate divergono, 58 registri nella pagina del 18 gennaio 2013 e 72 registri numerati nella scheda del 27 marzo 2014, perché il conteggio varia secondo che si includano unioni, tremoli e registri derivati.

Dove finisce il Novecento e dove ricomincia il Trecento?

Due rampe marmoree scendono alla cripta, che occupa tutta l’area sottostante il presbiterio: tre navate divise da due file di esili colonne di pietra bianca d’Istria, con soffitto ad archi ribassati. Sul muro della cappella contigua è incisa la scritta «Trium Basilicarum minima», che rimanda al toponimo documentato nella bolla del 1152 come «plebem de Tribus Basilicis». La cappella a sinistra dell’altare, oggi battistero, è l’unica parte che la fonte fa risalire al Trecento: al centro la vasca di marmo, in alto la cupola di rame lavorato a sbalzo eseguita nel 1965, con otto pannelli, quattro dedicati ai simboli del battesimo e quattro alla storia della parrocchia.

Il gruppo ligneo della Pietà, scolpito da Sigifrido Demetz e ripreso nel 1948, fu offerto all’arciprete di allora il 27 dicembre 1927, in occasione del venticinquesimo anno del suo sacerdozio; la fonte lo dichiara originariamente collocato nella cripta, e tace sulle tappe del suo spostamento.

Le date che divergono, e perché si scrivono tutte e due

Il numero di partenza dell’edificio cambia secondo la pagina che si legge. La pagina «Storia», archiviata il 31 luglio 2007, fa iniziare i lavori nel 1913 su disegno dell’architetto Domenico Ruolo (1861-1945), con l’arciprete don Vittore Reginato (1879-1961); la pagina «La Chiesa», archiviata il 14 maggio 2008, pone la prima pietra il 27 dicembre 1914. Nessuna delle due spiega la differenza, e qui nessuna viene preferita. Il cognome dell’architetto conosce una variante analoga: la voce «Trebaseleghe» di Wikipedia in italiano scrive «Rupolo» dove la pagina parrocchiale scrive «Ruolo».

C’è anche un contrasto più netto, e riguarda lo strumento. La pagina del 2008 affermava che l’organo allora presente svolgeva il suo lavoro «dal 1968»; la pagina del 18 gennaio 2013 e la scheda del 27 marzo 2014 collocano invece il trasferimento fra il 2002 e il 2003 e l’inaugurazione dello strumento restaurato il 12 aprile 2004. La pagina più vecchia non era stata aggiornata: a dirlo è la sequenza delle date di archiviazione, non una terza fonte.

Resta un gesto che non richiede altro che pazienza: aprire l’archivio pubblico della Wayback Machine, richiamare la pagina «Storia» del 31 luglio 2007 e la pagina «La Chiesa» del 14 maggio 2008, e leggere il 1913 e il 27 dicembre 1914 in due righe consecutive. La discordanza non si chiude: si vede.