GLI SCOUT MINACCIATI DAL BOSS.
Non eroi, ma cittadini; non eroi, ma giovani in grado di scegliere.



16 giugno 2009. È una mattina d’estate, calda e soleggiata come tante altre, quando sfogliando il Corriere della sera l’occhio ci cade su un titolo: “Gli Scout minacciati dal boss. «Non fermerà la nostra base»”. Da qui l’idea di fare una chiacchierata con qualcuno dei protagonisti, o meglio con uno che di Agesci se ne intende: Alberto Fantuzzo, presidente nazionale dell’Associazione Guide e Scout Italiani, per l’appunto.
Lo contattiamo; ci mette a disposizione la sua pausa pranzo per un’intervista.
Arriviamo, un po’ emozionati e curiosi; lo ringraziamo della disponibilità e cominciamo.
Approfondiamo i fatti: che cosa è successo a Vittoria (Ragusa)? Come è avvenuta l’intimidazione del boss mafioso? Chi era presente?
«Il Comune, assegnatario dal Ministero di Grazia e Giustizia del bene sequestrato alla mafia, sceglie una o più associazioni alle quali affidarlo e, per il fondo a Vittoria (Ragusa), ha scelto il Gruppo Scout “Vittoria 1”.
Gli Scout risultano assegnatari di vari beni confiscati alla mafia, tra i quali il fondo Miciulla, a Palermo, un fondo a Casal di Principe e il fondo assegnato al Vittoria 1.
Durante la festa di gruppo, a conclusione delle attività, un uomo di mezza età si avvicina ai capi gridando: “Non vedrete la fine dei vostri giorni! Qualsiasi cosa farete, io la distruggerò perché questo podere è mio!”.
Questo atto di spavalderia inizialmente ha turbato i capi che, poi, hanno scoperto che a minacciarli era stato proprio il mafioso espropriato. A questo atto intimidatorio è seguita la denuncia e il questore ha accusato il mafioso di tentata estorsione».
Scendiamo nel dettaglio.
In che cosa consiste, secondo te, il rapporto educativo, e come si possono educare alla legalità i ragazzi, gli adolescenti, i giovani di oggi.. attraverso il metodo Scout?
«Nel rapporto educativo l’educatore è svantaggiato, perché applica alcuni schemi e, talvolta, parla linguaggi vecchi; l’educando propone sfide sempre nuove.
Noi cristiani dobbiamo parlare al nostro mondo, scoprire i bisogni profondi di questo mondo; chi parte dicendo: “Ma ai miei tempi..” ha già perso.
Uno dei bisogni di adolescenti e giovani è quello di superare i limiti e l’educatore deve raccogliere questa sfida.
Noi, gli educatori dobbiamo avere un pre-giudizio positivo: credere che ogni persona merita di più.
L’educazione è una scommessa: non sai se ne vale la pena, è un processo a rischio. Ma, come diceva BP, se crediamo che c’è almeno il 5% di buono in ogni persona.. la scommessa è creare le condizioni perché questo 5% di bene possa aumentare, possa crescere.
Lo Scoutismo ha e deve avere l’obiettivo di formare cittadini responsabili, di formare alla cittadinanza.. non di formare bravi capi scout. Questo è, talvolta, un limite di ogni associazione: il perdere di vista l’obiettivo più ampio e puntare ad ingrossare le file dei propri associati».
In Sicilia il “nemico” contro cui lottare ha un nome: mafia.
E in Veneto.. quali secondo te le problematiche più urgenti, i “nemici” specifici di una realtà particolare e così diversa culturalmente come quella veneta?
«Al Sud legalità significa poter uscire serenamente di casa per fare riunione alle 21.00.. o non veder oscurato lo striscione di una festa parrocchiale con un manifesto pubblicitario quattro ore dopo averlo appeso. Legalità, cioè, è prima di tutto recuperare la vivibilità degli spazi.
Al Nord la situazione è diversa.
Qui, in Veneto, educare alla legalità significa educare a partire dalle piccole cose della vita quotidiana: timbrare sempre il biglietto dell’autobus, stimolare i capi a pagare le tasse e il canone RAI, anche se costa sacrifici.. promuovere delle raccolte fondi, denunciare gli evasori fiscali, rispettare l’ambiente.
Si educa prima di tutto con la testimonianza degli adulti.
Dobbiamo imparare a guardare la realtà diversa dalla nostra, una generazione diversa dalla nostra, e a lasciarci interrogare, a chiederci “Perché? Perché succede questo?” ma, poi, a lasciare che i giovani facciano da soli la loro strada.
In seconda battuta si educa anche con i campi di lavoro nei terreni confiscati alla mafia, al fianco delle associazioni che si impegnano in questa lotta quotidianamente (es. a Corleone), anche se questa è un’esperienza “eccezionale”; l’educazione, invece, si gioca nella quotidianità.
Ci sono diverse forme di illegalità: al Nord ci sono le mazzette, l’estorsione.. il favoritismo è già di per sé illegalità, perché significa che non vengono date a tutti le stesse opportunità.
L’illegalità ti toglie la dignità, perché nega l’uguaglianza fra le persone».
Quali strumenti ha l’AGESCI per educare alla legalità?
«-La promessa.
Ogni Scout fa la promessa, si impegna davanti alla sua comunità per rispettare la legge Scout, che è una legge positiva, indica dei comportamenti positivi da tenere. Gli Scout promettono di rispettare la legge e, nel rispetto della legge, matura il loro onore. Sia nei confronti dei pari età, sia nei confronti degli adulti.
-Tutta l’attività Scout è finalizzata a formare buoni cittadini: responsabili, autonomi, capaci di senso critico, di valutazione di sé e del mondo.
-Le regole, con le quali si educa al senso del limite.
Ad esempio: accendere un fuoco in montagna è pericoloso, può scatenare un incendio. Ma se lo si fa seguendo certe regole, cosa c’è di più bello che restare a contemplare il fuoco per ore, solo perché è il fuoco, e lasciarsi scaldare dal suo calore?
-Il meccanismo di democrazia associativa.
Si fa fatica.. si farebbe più presto a decidere in modo autoritario, imponendosi sugli altri. E invece vige la logica del confronto, della discussione, del dialogo; c’è democrazia accettando fino in fondo la logica del bene comune, che significa mettere da parte i propri interessi per il bene degli altri, mettere insieme persone che sanno restare ciascuna al proprio posto senza prevaricarsi e cercare di farsi le scarpe a vicenda o imporsi.
-Far vivere dei rapporti basati sulla lealtà, sulla fiducia, sulla reciprocità con gli altri».
In questo momento di grande disaffezione dei giovani nei confronti dello Stato come si può invertire la tendenza, ridurre la distanza fra giovani e lo Stato, fra i giovani e la politica?
«Bisogna recuperare il senso della comunità.
Oggi si vive troppo da soli.. ci si dimentica che la felicità è nella comunità; è nella comunità che si valorizzano i carismi di ciascuno, si raccolgono le sfide.
La comunità più ampia, la convivenza civile è utile, se penso che gli altri sono una risorsa e non un limite.
Ad esempio: se a un componente di una squadriglia viene affidato il compito di portare il sale all’uscita e se ne dimentica, tutta la squadriglia mangerà insipido. E qual è il risultato? Che lo squadrigliere si sarà reso conto, avrà toccato con mano quanto è importante anche il suo piccolo contributo per il bene di tutta la squadriglia.. quanto la sua presenza faccia la differenza.
È attraverso i piccoli impegni quotidiani che capisci quanto tu sei utile agli altri e quanto gli altri sono utili a te.
Per affezionarsi alla politica, per attirare i giovani alla politica.. c’è bisogno di gente credibile, di uomini e donne credibili.
Politica è entrare in una stanza con due idee diverse e uscirne con una sola e condivisa».
Al termine dell'intervista, nel salutarci e invitarci ad altre chiacchierate, Alberto Fantuzzo ci regala un’ultima chicca in fatto di educazione: una rilettura della favola di Cappuccetto Rosso.
«Prendiamo la favola di Cappuccetto Rosso.
La mamma la manda da sola.. ed è una ragazza, che si avventura da sola nel bosco.
Sì, certo.. deve andare dalla nonna a portarle le frittelle: l’obiettivo è buono.
Ma va da sola nel bosco.
Verrebbe spontaneo esclamare: ”Che madre snaturata!! Ma che razza di madre manderebbe sua figlia da sola nel bosco?”.
E invece no: la mamma le ha insegnato la strada.. il problema di Cappuccetto Rosso è che sceglie la scorciatoia. Per questo incontra il lupo.
Ma il lupo c’è sempre nella vita: il male c’è sempre, è inutile tentare di prevenirlo.
L’importante è tenere presente che c’è sempre anche il Cacciatore che ci libera.
E ci ricorderemo sempre della strada che i genitori/gli educatori ci hanno insegnato, se ce l’hanno insegnata bene».
Ringraziamo ancora della disponibilità e ci congediamo.
Abbiamo pagine e pagine di appunti da riorganizzare e, soprattutto, una grande stima e simpatia nei confronti di chi ci ha offerto buoni spunti di riflessione.. in uno spassosissimo accento veneziano.

A. Z.